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Breve (?) assaggio della nuova sezione!
#1
Perché discutere di diritto in un forum di informatica? Credo che la risposta vada come sempre data primariamente valutando i singoli aspetti. Ciascuno di noi nell’uso del proprio pc, così come in tutte le cose della vita, crede di essere libero mentre invece a volte anche solo inconsciamente obbediamo a delle norme che vengono poste non per impedirci di agire ma per l’esatto contrario. Se ciascuno di noi facesse veramente ciò che gli aggrada sempre e comunque finiremo per avere il caos che non è libertà ma solo un mondo nel quali il più forte tenderebbe a prevalere e non è detto che saremo noi.
Rapportato al settore specifico dell’informatica quando sopra porta, a mio modo di vedere, ad una conclusione tanto semplice quando mostruosa: i produttori, che sono spesso i più forti, imporrebbero a noi consumatori il loro punto di vista il che si tradurrebbe per loro nella ricerca del massimo guadagno e per noi nel dover per forza acquistare i loro prodotti. Ma anche capovolgendo i rapporti di forza si avrebbero delle storture: i consumatori liberi di decidere a quali prezzi acquistare e i produttori dover forzatamente andare incontro a sicuro fallimento.
Il diritto quindi si pone, in una società civile, l’obiettivo di riequilibrare le forze senza parteggiare per nessuno.
Così vengono riconosciuti ai consumatori determinati diritti che si tramutano il più delle volte nelle garanzie che accompagnano i vari prodotti, siano essi software che hardware, e ai produttori un certo tornaconto per continuare ad investire, creare nuovi prodotti e per quella via sviluppo.
Accade spesso, però, che da un lato i produttori, spesso pochi di numero, si organizzano per dare ai consumatori risposte uniformi ad ogni loro richiesta mentre i consumatori, spesso singoli cittadini, non hanno dietro di loro quel supporto che possa assisterli nel richiedere i loro sacrosanti diritti. Capita così che un prodotto venga fornito senza le prescritte garanzie sia contro i guasti che per l’uso proprio.
Tenderemo sempre di suggerire, quindi, la via migliore per affrontare i singoli problemi.
Gli utenti, in ogni caso, non devono però ritenere che i consumatori proprio perché tali e quindi perché hanno pagato un prodotto ne siano i padroni assoluti e possono chiedere di tutto.
Proprio nel settore dell’informatica il principio della proprietà spesso non vale.
Mi spiego meglio: quando acquistiamo un programma per le nostre esigenze ne acquisiamo solo il “diritto d’uso” vale a dire che possiamo usarlo nei limiti dell’accordo che andiamo a sottoscrivere, spesso con un innocuo click, col produttore, in altri termini il prodotto rimane di proprietà dell’autore/rivenditore, noi possiamo usarlo ma non possiamo, per esempio, modificarlo, cederlo ad altri sia pure a titolo gratuito o esercitare tutti i diritti su di esso.
Naturalmente il discorso cambia per le applicazioni open source e per quella porzione di mondo che risponde a questo nome, ecco perché ritengo che la libertà di scelta vada opportunamente vagliata.
Una prima, sostanziale differenza la troviamo tra i programmi freeware e shareware  
La differenza non è di poco conto visto che i primi vengono concessi in uso per qualsiasi attività (salvo diversamente indicato dalla licenza) mentre i secondi possono essere usati solo per un breve periodo o con molte limitazioni, scaduto il periodo oppure solo per usarne tutte le potenzialità si deve acquistarne la licenza. Questo comporta che se scarichiamo un programma shareware e poi lo utilizziamo oltre il tempo consentito magari aggirando la sicurezza posta a protezione del programma avremo violato i termini della licenza e saremo soggetti alle sanzioni del caso. Non dobbiamo credere che si tratti di cosa di poco conto, la pirateria informatica anche in Italia viene pesantemente sanzionata per non dire che la violazione dell’accordo sottoscritto quando clicchiamo su “accetto i termini della licenza” ci impone di non violare i diritti dell’autore esponendoci a richieste di risarcimento che potrebbero essere esose.
Insomma laddove chiediamo rispetto per noi dobbiamo anche essere pronti a rispettare gli altri: qualcuno potrebbe essere ben felice di fornire ad esempio un antivirus gratuito per le famiglie, il che in tempi di crisi gli fa onore, ma non ritenere giusto che banche, professionisti ed altre istituzioni che di certo possono permettersi di acquistare un antivirus lo scarichino e lo usino liberamente.
Attenzione, quindi, a non sottovalutare mai i termini delle licenze dei programmi che usiamo, in fondo è come se firmassimo un contratto: è consigliato sempre leggere prima di firmare!
La responsabilità delle proprie azioni, anche se spesso quasi inconsciamente se non proprio della quasi innata convinzione che “tanto lo fanno tutti, perché dovrebbero prendersela con me” potrebbe portare a conseguenze non certo piacevoli e questo sia dal punto di vista civile, con sanzioni pecuniarie di importi a volte non propriamente esigui, sia, il che è più grave, dal punto di vista penale anche se tale settore del diritto viene considerato come l’ultimo scoglio per la tutela degli interessi.
Diffondere, copiare o anche solo utilizzare programmi per i quali non si è acquistata la licenza potrebbe portare alla violazione di numerose norme, specie nel campo del diritto d’autore tutelato, in Italia, dalla legge 633 del 1941 come modificato, per il caso trattato, dal Decreto Legislativo 518 del 1992 che ha equiparato l’opera del programmatore a quella intellettuale.
Nell’ottica del contrasto produttori – consumatori va segnalato che spesso le grandi case di produzione, forti del loro potere economico e della facilità di aggregarsi, hanno pressato per fare in modo che le sanzioni nel caso di violazioni delle condizioni di licenza diventino di natura penale; questo non per “mandare in galera” i consumatori infedeli ma nel tentativo di scoraggiare maggiormente l’uso di programmi senza licenza e per scaricare sullo Stato la repressione della relativa pratica illecita: laddove ci si ferma a sanzioni di natura civile o amministrativa dovrà essere il privato ad attivarsi per evitare l’illecito; quando la sanzione è di natura penale lo Stato ha l’obbligo di perseguire i trasgressori (e qui mi fermo, l’analisi delle conseguenze in termini di costi non solo economici è materia che travalicherebbe i limiti del discorso qui prospettato).
Anche il vaglio delle possibili sanzioni penali esulerebbe dall’argomento qui trattato e se pur un’analisi dettagliata richiederebbe un discorso ben lungo ed articolato tuttavia trovo corretto, quanto meno per dare un’idea, fornire un excursus delle possibili norme penali che riguardano la materia:
  • Articolo 392 c.p. – Esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose (Libro Secondo Dei delitti in particolare, Titolo III Dei delitti contro l’Amministrazione della giustizia, Capo III Della tutela arbitraria delle private ragioni):
    “[I]. Chiunque, al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo, mediante violenza sulle cose, è punito, a querela della persona offesa [120], con la multa fino a 516 euro.
    [II]. Agli effetti della legge penale, si ha «violenza sulle cose» allorché la cosa viene danneggiata o trasformata, o ne è mutata la destinazione [3932].
    [III]. Si ha, altresì, «violenza sulle cose» allorché un programma informatico viene alterato, modificato o cancellato in tutto o in parte ovvero viene impedito o turbato il funzionamento di un sistema informatico o telematico”.
    Si presti attenzione al comma III° ove si prevede la sanzione penale per coloro che danneggiano sistemi informatici credendo di potersi fare “giustizia da soli” e quindi ritenendo di agire in ossequio ad un loro diritto (solo lo Stato, cioè la società civile nel suo complesso, può intervenire per tutelare, nelle forme e coi mezzi previsti dalla legge, i diritti dei singoli e degli associati: se uno mi deve dei soldi non posso entrargli in casa e svaligiargli la cassaforte!
  • Articolo 635 bis c.p. – Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici (Libro Secondo, Dei delitti in particolare, Titolo XIII Dei delitti contro il patrimonio, Capo I Dei delitti contro il patrimonio mediante violenza alle cose o alle persone):
    “[I]. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque distrugge, deteriora, cancella, altera o sopprime informazioni, dati o programmi informatici altrui è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni.
    [II]. Se ricorre la circostanza di cui al numero 1) del secondo comma dell'articolo 635 (danneggiamento in generale, ndr) ovvero se il fatto è commesso con abuso della qualità di operatore del sistema, la pena è della reclusione da uno a quattro anni e si procede d'ufficio.”
  • Articolo 640 ter c.p. – Frode informatica (Libro Secondo, Dei delitti in particolare, Titolo XIII Dei delitti contro il patrimonio, Capo II Dei delitti contro il patrimonio mediante frode):
    “[I]. Chiunque, alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 51 euro a 1.032 euro.
    [II]. La pena è della reclusione da uno a cinque anni e della multa da 309 euro a 1.549 euro se ricorre una delle circostanze previste dal numero 1) del secondo comma dell'articolo 640, ovvero se il fatto è commesso con abuso della qualità di operatore del sistema.
    [III]. Il delitto è punibile a querela [120-126] della persona offesa, salvo che ricorra taluna delle circostanze di cui al secondo comma o un'altra circostanza aggravante.”
  • Legge 22 aprile 1941, n. 633 – Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. (DIRITTO D’AUTORE), di cui si è detto;
  • Decreto legislativo 29 dicembre 1992, n. 518 – Attuazione della direttiva 91/250/CEE relativa alla tutela giuridica dei programmi per elaboratore vale a dire un recepimento, per via di legge ordinaria, delle regole e norme stabilite in campo europeo per la protezione dei “software;
    Legge 23 dicembre 1993, n. 547 – “Modificazioni ed integrazioni alle norme del codice penale e del codice di procedura penale in tema di criminalità informatica”. Premesso che il codice penale italiano è stato emanato con legge del 1930 (regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398) si è reso necessario emanare una legge che ne modificasse gli articoli prevedendo i nuovi reati informatici che all’epoca non potevano essere conosciuto per ragioni “storiche”;
  • Decreto legislativo 6 maggio 1999, n. 169 – Attuazione della direttiva 96/9/CE relativa alla tutela giuridica delle banche di dati: recepisce la specifica normativa di settore emanata a livello europeo per la tutela delle banche dati anche al fine di tutelare la privacy dei cittadini.
  • Decreto Legislativo 10 febbraio 2005 n. 30 – Codice della proprietà industriale, a norma dell’articolo 15 della legge 12 dicembre 2002, n. 273. Già il titolo appare chiaro: un corpo di norme per la tutela delle scoperte e/o invenzioni in ambito industriale o a questo riferibile;
  • Decreto Legislativo 13 agosto 2010 n.131 – Modifiche al decreto legislativo 10 febbraio 2005, n. 30, recante il codice della proprietà industriale, ai sensi dell’articolo 19 della legge 23 luglio 2009, n. 99. Un aggiornamento, con introduzione di nuove fattispecie (cioè previsioni legislative di quel che accade nella società civile) in tema di proprietà industriale;
Naturalmente la concreta sanzione è figlia di un’accurata ricostruzione dei fatti in sede di processo penale che, per quando assurdo possa sembrare, altro non mira che alla tutela di tutti i cittadini e della società civile ricostruendo con precisione i fatti ed inquadrandoli con precisione quasi scientifica in quella che viene definita “la fattispecie penale”.
Parlare quindi della concreta sanzione penale non solo sarebbe fuori luogo ma costituirebbe un assurdo giuridico.
Resta il fatto che i cittadini, e quindi i consumatori, consci delle possibili conseguenze delle proprie azioni dovrebbero esimersi dal violare quelle norme.
Dico dovrebbero poiché ben comprendo che la vastità delle norme poste nonché i vincoli spesso stabiliti in lunghi contratti di fatto se non impediscono del tutto all’uomo comune di comprendere la portata del suo impegno, grandemente ne scemano la possibilità di apprensione e per questa via la giusta esecuzione.
Per non dire poi, come correttamente fattomi notare, che in alcuni casi le licenze sono scritte in lingua straniera e benché esistano strumenti, anche telematici, la traduzione risulterebbe non solo falsata a causa dei termini tecnici usati ma alquanto “pesante” da digerire e ciò anche laddove oltre a richiamare leggi italiana che per noi sarebbero più o meno scindibili, si appellano a leggi statunitensi o solo “extracomunitarie” delle quali non solo risulta pressoché impossibile il recupero ma peraltro non obbligatoria l’osservanza visto che siamo cittadini italiani ed operiamo in territorio italiano.
Per amor del vero va detto che spesso le licenze, proprio per evitare i suddetti inconvenienti, vengono tradotte in italiano e si richiamano a norme della Repubblica o al limite Europee, ciò non toglie che il produttore spesso nel tentativo di intimorire il fruitore palesi sanzioni applicabili in altri territori e ad altri cittadini.
Siamo liberi nella misura in cui siamo in grado di rispettare l’altrui libertà.
Se il produttore di un software decide di metterli in commercio per sfruttare la sua “scoperta” intellettuale trovo giusto che sia libero di farlo, magari quel lavoro gli è costato anni di studio e fatica che intente ricompensare guadagnando con la vendita del prodotto; pur non di meno non intacca la nostra libertà: siamo liberi di acquistarlo o meno.
Ma nel settore dell’informatica noi utenti abbiamo anche una libertà maggiore: optare per il software libero, per l’open source. Come correttamente insiste a dire il prof. Antonio Cantaro bisogna rivedere alla radice il preconcetto che l’uso del pc sia consentito solo attraverso un determinato sistema operativo e/o con applicazioni indicate dal mercato.
Esiste, purtroppo o per fortuna, ancora gente che fa della condivisione del sapere un punto di forza per arricchirsi se non economicamente ma almeno dal punto di vista dello sviluppo dell’umanità di cui facciamo parte.
Ci sono in sintesi, persone disposte a creare programmi per ogni esigenza e cederne senza compenso l’uso agli altri permettendo finanche la modifica dei programmi stessi.
Anche questa è libertà: anteporre lo sviluppo dell’umanità al proprio tornaconto economico; così come è segno di libertà sapere di poter scegliere fra un piatto di pasta già pronto da mangiare ed uno che per essere meglio apprezzato dal commensale necessità dell’aggiunta di qualcosa; nel primo caso quasi sicuramente non avremo necessità di far altro che alzare la posata ed ingoiare, diversamente dovremmo prima guardare nel piatto e poi decidere se mangiarlo così com’è oppure aggiungere formaggio, sale, pepe o altro di nostro gradimento!
Ognuno nella vita fa le proprie scelte; quel che mi preme sottolineare è in primis che bisogna sempre valutare e scoprire che vi sono almeno due alternative ed in secondo luogo che dobbiamo assumerci sempre le conseguenze delle nostre scelte: non crediate mai che per quando ampiamente diffuso un illecito, sia esso civile, amministrativo o anche penale, diventi consentito!
Sconosco l'inglese e mi rifiuto di impararlo
Da solo avrò un'idea, in due potremmo averne tre, in tanti troveremo la soluzione migliore
Buona vita a tutti Heart
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#2
Caro Nicolo74, il tuo testo è molto chiaro e preciso
ma adesso voglio fare l'avvocato del diavolo:

Non è stato specificato i casi rilevanti del diritto internazionale
Mi spiego:

Software italiano
Utente spagnolo


Il software fa causa all'utente, in quale paese? A me risulta in Spagna nel paese dell'accusato
Su quale diritto si appoggia per quanto riguarda la sanzione? Italiana o Spagnola?
L'avvocato difensore dovrebbe essere spagnolo.
L'accusato si difende sulle base del diritto spagnolo o sulle base del diritto italiano?

Contrario

Software spagnolo
Utente italiano


Il software fa causa all'accusato secondo me in Italia, ma correggimi se sbaglio. Si avvale della giurisdizione spagnola o di quella italiana al proposito? Se spagnola, l'utente italiano viene condannata secondo quale leggi: spagnole o italiane, e si difende intanto secondo quale giurisdizione? Spagnola o Italiana.

A me risulta che dal momento in cui si intenta un processo in un determinato paese, per la sentenza viene applicata la giurisdizione di questo paese. Dopo credo, ma non ne sono certa, che la parte avversa dell'altro paese può fare dopo appello nel suo paese, ma ripeto, non ne sono sicura, e non i tutti i casi.

Conclusione: le legge italiane valgona fino a che punto? Huh

Altro esempio estremo ma non da poco:

Software americano
Utente russo

Ma questo lasciamo perdere anche se deve essere un caso più che frequente Huh

Lo so, il diritto internazionale non è facile, ma temo che su Internet, proprio per il fatto stesso della sua internazionalità, ci si imbatte facilmente

E non ho menzionato gli accordi CEE perché se no..... Rolleyes

Non mandarmi ti prego RolleyesRolleyesScusarsiScusarsiRolleyesRolleyes Smile
"Se non cambiate voi stessi, non chiedete che il mondo cambi"
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#3
Lauretta hai fatto bene a porre delle domande, si tratta di argomenti "scottanti".
Non sono un esperto di diritto internazionale ma una regola universalmente riconosciuta valida risale ad un certo Bartolo da Sassoferrato il quale teorizzò che ogni cittadino ovunque andasse fosse soggetto ad una serie di norme del suo territorio di origine, tranne il caso si trattasse di norme di natura patrimoniale.
Questo porta alla conclusione, nel caso di specie, che ogni illecito andrà perseguito secondo le norme del luogo in cui viene commesso.
La giurisprudenza, però, tente a valutare anche la situazione personale del soggetto che commette l'illecito per cui, stranamente, ci si potrebbe trovare ad una sanzione pesante nei confronti di un cittadino italiano che ben conoscendo la legge dello Stato Italiano purtuttavia la viola copiando, ad esempio, un software straniero mentre lo straniero che pur dovrebbe conoscere la legge italiana viene sanzionato in maniera meno pesante.
Le cose si complicano non solo se si fa riferimento a norme di natura sovranazionale come quelle emanate dall'UE, (non più CEE ormai da tempo), ma anche se si considera che spesso i software proprio per il loro carattere, sono coperti da norme frutto di accordi internazionali.
Esistono poi, quasi a voler complicare ulteriormente le cose, accordi fra singoli Stati per la tutela del diritto d'autore ed altri diritti.
Risulta, quindi, difficile rispondere, almeno al sottoscritto, ai quesiti posti in modo preciso e puntuale ma mi pare di aver detto che ciascuno risponde delle proprie azioni e questo vale a prescindere dal luogo in cui siano commessi.
Viviamo in una civiltà che si definisce globale ma dove i regionalismi sono ancora assai forti, riusciremo, come razza umana, a superare le differenze non per uniformarci ma per rispettare ogni distinzione culturale e questo nel campo del diritto in parte è già avvenuto in passato, ma questa è un'altra storia!
Sconosco l'inglese e mi rifiuto di impararlo
Da solo avrò un'idea, in due potremmo averne tre, in tanti troveremo la soluzione migliore
Buona vita a tutti Heart
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